Archive for the ‘Metodi agili’ Category.

Il sofista

E' da qualche giorno che sulla lista italiana di "Exteme programming" infuoca una polemica su cosa sia XP, chi abbia il diritto di darne una definizione e quale definizione se ne debba dare. Non so perché, ma tutte queste discussioni mi fanno tornare in mente un brano dell'Apologia di Socrate. Ecco cosa Platone fa dire a Socrate.

E se qualcuno vi ha ancora detto che io faccio l’educatore e che ne ricavo gran guadagno, neppure questo è vero. Riconosco certo che è bello essere capace di educare gli uomini, come un Gorgia Leontino, un Prodico di Ceo, o un Ippia di Elide. A costoro è concesso, o Ateniesi, di andare di città in città e di attirare al loro insegnamento i giovani, i quali invece potrebbero benissimo, senza spendere nulla, frequentare l’insegnamento di quei concittadini che volessero scegliersi; quelli invece sanno persuaderli ad allontanarsi da questi e a venire loro, a pagarli profumatamente e a mostrare anche la dovuta gratitudine. Che dico? E’ venuto qui fra noi un sapiente uomo, un cittadino di Paro, come ho potuto apprendere per avere io parlato con uno che con i Sofisti ha speso più denaro che tutti gli altri messi insieme, Callia precisamente, il figlio d’Ipponico. Voi sapete che egli ha due figli; ebbene io ho voluto interrogarlo:
-Callia [...] A chi dunque è bene affidare [i giovani]? Chi è abile a sviluppare in loro le virtù proprie dell’uomo e del cittadino? Suppongo che tu ci abbia molto riflettuto, poiché hai dei figli. C’è qualcuno che ne sia capace o no?
-Certamente, mi rispose.
-E chi è costui, chiesi, e di quale paese è, e che prezzo chiede per il suo insegnamento?
-E’ Evèno di Paro, o Socrate, mi rispose, e chiede cinque mine.
-Felice Evèno, pensai io, se veramente possiede quest’arte e l’insegna a così modico prezzo! Anch’io mi sentirei fiero e felice se sapessi fare altrettanto; ma io non so, o Ateniesi.

Anche noi, come gli Ateniesi di oltre due millenni fa, ci troviamo nelle condizioni di dover distinguere gli insegnamenti dei sofisti da quelli dei socratici. Alcuni indizi potrebbero forse aiutarci.

  • Il sofista è colui interessato più al guadagno che alla ricerca della verità.
  • Il sofista annuncia agli altri di conoscere la verità, il socratico dichiara solo di ricercarla.
  • Il sofista vuole imporre la propria autorità, al socratico l'autorevolezza è data dagli altri.

In base a questi criteri, in me molti dubbi sorgono su alcuni presunti "guru"....

A TDD side effect

All you know that TDD has god side effects. One of them is testing your application :-) Another one is to force you to write less verbose code.
Sometimes (only sometimes ;-) ) when you write production code not writing tests (oh, well I do not do that, ehm) you accept that the code is not as concise and "speaking" as it should be: after all you are writing code that does its dirty work (maybe), that's enough!!! But when you write tests, you know that the goal of test code is to speak to other people. In other words, my attitude when I write production code is to write code that speaks to the machine, while when I write test code I'm trying to speak to people, and you know, when you're speaking to human beings you can't bore them. So your writing must be clear and concise. In order to do that, sometimes you're forced to write some helper classes that, after a short while, you'll find useful on the production side too.

Italian Agile Day 2009 - Le mie impressioni

Un altro Agile Day è passato ed eccomi nuovamente a scrivere un sommario della mia esperienza.

Peter Stevens - Fixed Price Projects With Agile – It can be done!

Possiamo stimare a priori tempi e costi di un progetto agile? Possiamo applicare i metodi agili quando il costo ed il tempo sono scolpiti nella pietra? Certo, sarebbe bello poter vivere in un mondo in cui tutti i contratti fossero tagliati sul concetto di iterazione, di sviluppo incrementale. Purtroppo ci sono occasioni nelle quali dobbiamo stimare i costi, nei quali dobbiamo sapere se riusciremo a rilasciare entro una certa data, magari remota. Chi, ad esempio, sviluppa il software per gestire grandi eventi come i mondiali di calcio non può chiedere di spostare la data della finale perché lavora in un team agile e ha bisogno di una nuova iterazione per completare le storie!

Peter Stevens ritiene che lo sviluppo agile si possa adattare a queste situazioni, anzi che sia il miglior metodo da adottare. Questo perché è l'unico sistema per valutare in corso d'opera la velocità alla quale lo sviluppo si sta svolgendo.


Waterfall

Per affrontare progetti di questo tipo occorre però:

  • un cliente del quale fidarsi;
  • una pianificazione che lasci "cuscinetti" liberi nei quali compensare eventuali ritardi;
  • criteri certi (e automatizzabili) per determinare quando una funzionalità è conclusa;
  • criteri per stabilire l'importanza delle varie funzionalità per realizzare prima le storie più importanti e consegnare alla fine del progetto, quando la pressione è maggiore e le energie si esauriscono, le funzioni di minor rilievo;
  • un team esperto.
  • Maggiori dettagli sulla presentazione si trovano qui.

Alberto Brandolini - Possiamo fare di meglio

La presentazione mattutina di Alberto Brandolini è partita da una serie di provocazioni ad effetto sui seguenti temi.

  • Spesso si rompe il rapporto di fiducia tra il software e chi lo usa, sia egli un utente finale o chi fa parte dello stesso team di sviluppo. Scatta allora il meccanismo della "complessità compensativa", cioè degli strani trucchi per aggirare i comportamenti errati dei sistemi.
  • A volte gli sviluppatori accettano passivamente i requisiti che sono dati loro: ma chi dà questi requisiti è il vero esperto del problema, o, se lo è veramente, ha avuto modo di pensare ai requisiti in maniera critica? I requisiti non sono in alcuni casi semplicemente la mummificazione di un processo che potrebbe essere invece migliorato?
  • Nei progetti software può nascere quello che è stato definito "technical debt". Brandolini suggerisce una metafora più calzante per questa progressiva deriva nella qualità del codice: inquinamento, ovverosia un processo estremamente dannoso, difficilmente reversibile e con un tempo di riparazione incalcolabile.
  • A volte lo sviluppatore non ha abbastanza umiltà per capire di dover approfondire il dominio da un punto di vista non semplicemente informatico.

Dopo aver introdotto questi spunti di discussione, Brandolni ha lasciato la parola all'uditorio. L'esito di questo esperimento di "terapia di gruppo" a mio avviso non è però stato brillantissimo: purtroppo non è emerso molto di interessante, se non una collezione di aneddoti sul nostro lavoro.

Pietro Brambati - ASP.NET MVC: Programming & Testing

Dato che prima del pranzo non mi sembrava vi fossero relazioni degne d'interesse, mi sono infilato nell'auletta dedicata alla presentazione dell'ambiente di test creato per .NET MVC. Io odio gli strumenti di sviluppo Microsoft!!! Questo mio sentimento nacque anni fa quando Visual Basic 6, con un fantastico "Il controllo OCX non è registrato correttamente", mi fece affogare in un oceano marrone nel bel mezzo di una demo ad un centinaio di persone. Nonostante questo, mi è sembrato che il supporto di Microsoft ai test unitari sia discreto e che l'oratore, molto preparato, sia riuscito a dare a i colleghi della sponda Microsoft un buon numero di informazioni utili su come scrivere codice in modo più efficace. L'impressione comunque è che con questo prodotto Microsoft stia svolgendo un diligente compitino per conquistarsi la medaglietta "agile" e la relativa fetta di sviluppatori.

Alberto Quario - Scenario testing

Questo è forse stato l'intervento più interessante della giornata. All'Agile Day si è molto parlato di processi, ma ci si è un poco scordati del codice. Alberto Quario ci ha riportati nel cuore del problema, citando le parole di Gerard Meszaros: I test possono diventare il collo di bottiglia dei processi agili. (Ma allora non le sparavo così grosse quando parlavo dei test come palle al piede!). Uno dei principi da seguire per evitare che i nostri test divengano dei mostri incomprensibili, difficili da scrivere, leggere e manutenere è il seguente: nel corpo del test deve andare tutto e solo quanto è strettamente necessario per la sua comprensione.

Alcuni consigli sono quindi:

  • radunare in metodi dal nome esplicito (operational methods) i dettagli di inizializzazione dello scenario del test
  • se il test prevede, come nel caso si utilizzi DBUnit l'uso di file di inizializzazione, magari in XML, parametrizzarne la creazione rendendone chiaro l'intento all'interno del test

Francesco Mondora: vivere in un angolo proattivo

Francesco Mondora nel corso della sua presentazione ha detto di apprezzare eventuali riscontri da parte del pubblico. Ecco quindi il mio, che è purtroppo negativo. Il tema trattato mi è apparso fumoso, ed il tono ieratico utilizzato era probabilmente fuori luogo. Ma forse il problema è solo mio che non sono riuscito a capire cosa si volesse comunicare...

Alberto Brandolini - Introduzione al Domain Driven Design

Ecco un'altra gran bella sessione, nella quale Brandolini ha descritto con abilità e preparazione i principi del Domain Driven Design.

Entrare nel dettaglio di quanto visto è molto difficile, data la mole di informazioni trasmesse. Mi piacerebbe comunque segnalare il concetto di Bounded context, ossia il limite entro il quale il significato di un'astrazione del dominio è non ambigua, o, per usare una visione più orientata al codice, il limite di applicabilità di un gruppo di classi del sistema. Mi sono imbattuto in questo problema quando, nella mia presentazione su Scala, ho parlato di oggetti che ingrassano a dismisura. Da quanto ho capito, anche nel DDD ci si occupa di questo problema, ma da una prospettiva "sistemica": occorre definire l'ambito entro il quale è opportuno riutilizzare il codice che definisce un'astrazione. All'esterno di tale ambito è meno costoso riscrivere parte delle astrazioni ed accettare una certa duplicazione nei sistemi. Il tema, interessante e complesso, è alla base del fallimento di grandi utopie Object Oriented come il progetto San Francisco di IBM. Anzi, a mio avviso mette in discussione tutti i miti dell'Object Orientation a partire dalla riusabilità, ma forse converrà parlarne in un'altra occasione.

Conclusioni

Anche quest'anno l'Italian Agile Day non ha deluso le aspettative: relazioni quasi tutte di altissimo livello, con l'apprezzabile idea di aprire a contributi internazionali. Se proprio si vuole fare un piccolo appunto, si dovrebbe parlare di un'eccessiva enfasi posta sugli aspetti di processo a scapito delle sessioni "pratiche", anche se, come avete potuto leggere, i "puri" sviluppatori come me non hanno avuto occasione di annoiarsi.

Grazie a Marco Abis ed ai ragazzi dell'XPUG Bologna per l'enorme e riuscitissimo sforzo organizzativo.
(Ah, avete già donato qualcosa all'Agile Day? ;-) )

RDS Kata

In questo post mostrerò la mia discutibilissima soluzione all’RDS Kata proposto sul blog di SI-Agile, il vivace gruppo che raccoglie gli agilisti della Svizzera Italiana. Il codice è presente in questo file zip, spero a breve di creare un progetto su Google Code per ulteriori sviluppi.

Funzioni di utilità

Partiamo subito con la prima sequenza di test.
Leggendo tutti i requisiti del Kata, ho pensato fosse necessario avere in primo luogo una funzione che centrasse le stringhe secondo le specifiche. Ho pertanto creato dei test per un metodo statico center da inserire nella mitica classe di utilità StringUtils, che non può mancare in qualsiasi progetto Java. Il primo banale test, testCenterDoesNotChangeTooLongStrings, mi è servito per disegnare l’interfaccia del metodo. Per scrivere i test successivi mi è sorta la necessità di avere una funzione blanks, che, guarda caso, mi è poi tornata utile anche nel codice di produzione. Ho deciso di non scrivere un test specifico per blanks, avendo fiducia che, una volta creata correttamente la funzione stringOf, la sua specializzazione che creasse stringhe di spazi fosse banale.
Uso qui volutamente il termine di funzione, in quanto questi metodi hanno la proprietà di trasparenza referenziale, ovvero restituiscono sempre gli stessi valori a fronte dei medesimi ingressi, indipendentemente da un qualsiasi concetto di “stato” del sistema; inoltre non hanno alcun effetto collaterale. Se ci fosse la possibilità di utilizzare i metodi statici come parametri di altre funzioni… ;-)
Concludendo le divagazioni, vorrei solo annotare che, per migliorare la leggibilità del codice e ridurre le duplicazioni, ho fatto un po’ di refactoring sui test estraendo il metodo assertCenterReturnsAStringOfFixedLength.

Le classi principali

Sono poi passato al disegno principale della mini applicazione tramite i test di RDSGeneratorTest che ho cercato di rendere indipendenti dal numero di caratteri del display.
Leggendo le specifiche del Kata ho cercato di elaborare una metafora: le varie parti da mostrare sul display (autore, data, titolo) sono gruppi distinti di parole, ovvero delle frasi. Ho quindi stilato i test di RDSSentenceTest, facendo anche in questo caso attenzione a rendermi indipendente dalla lunghezza del display. La prima stesura della classe RDSSentence, che comunque supera tutti i test, è stata la seguente:

 
public class RDSSentence {
 
  private final String sentence;
  private final int displaySize;
 
  public RDSSentence(String sentence, int displaySize) {
    this.sentence = sentence;
    this.displaySize = displaySize;
  }
 
  public String[] tokens() {
    if ("".equals(sentence.trim())) {
      return new String[]{};
    }
 
    String[] tokens = sentence.trim().split("\\s+");
    if (tokens.length == 0) {
      return new String[]{};
    }
 
    Collection<String> result = new ArrayList<String>();
    StringBuffer accumulator = new StringBuffer();
    for (int i = 0; i < tokens.length; i++) {
       if (accumulator.length() + tokens[i].length() + 1 <= displaySize) {
         if (accumulator.length() > 0)  {
           accumulator.append(" ");
         }
         accumulator.append(tokens[i]);
       } else {
         if (accumulator.length() > 0) {
           result.add(accumulator.toString());
         }
         accumulator = new StringBuffer(tokens[i]);
       }
       if (i == tokens.length -1) {
         result.add(accumulator.toString());
       }
    }
 
    return result.toArray(new String[]{});
  }
 
}
 

Come potete vedere, il codice è troppo complesso, con un numero ciclomatico molto elevato. Per un buon refactoring occorreva un’altra metafora: il display che accumula parole fino ad una certa lunghezza può essere appunto visto come un accumulatore elettrico, o, se vogliamo, idraulico che, raggiunta la capienza, si svuota in un tubo di scarico. Sono nate così le classi Accumulator e StringWharehouse, che non hanno test autonomi, ma vengono esercitate indirettamente dai test di RDSSentenceTest. La classe StringWharehouse, con una leggera modifica, mi è poi stata utile per migliorare il MockRadioStation, che in un primo tempo accumulava i dati in un semplice StringBuffer.

Conclusioni

Cosa ho cercato di esercitare con questo Kata?

Sicuramente non ho raggiunto completamente i miei obiettivi, spero comunque di aver fatto un piccolo passo in questa direzione.

I test unitari sono una palla al piede (se non li sappiamo scrivere)

Troppo spesso i sostenitori delle metodologie agili si fanno trasportare dall'entusiasmo, e, quando cercano di convincere qualche collega ad abbracciare l'agilismo, si lasciano scappare frasi come Quando inizierai a fare i test unitari vedrai che la tua produttività aumenterà. Niente di più falso: iniziare a scrivere i test unitari abbassa drammaticamente la produttività! Per quale motivo? Ho vissuto l'esperienza sulla mia pelle, ma la chiara consapevolezza delle ragioni del fenomeno mi è arrivata quando ho collaborato alla revisione di un ottimo volume pubblicato da Manning: The art of unit testing. Questo è il primo libro che abbia letto a mettere in evidenza un fatto spesso taciuto: i test unitari hanno un costo enorme, specialmente se non vengono scritti nel modo corretto.
Il costo dei test non risiede solamente nel tempo speso per la loro scrittura, ma, come per qualsiasi pezzo di software, soprattutto nello sforzo necessario per la loro manutenzione. Vi è inoltre un'altro aspetto da considerare nell'introduzione dei test unitari: il codice deve essere scritto in modo differente, secondo un design che consenta la testabilità. Questo, però, porta generalmente ad un miglioramento netto della qualità del software, anche se potrebbe indurre qualche programmatore maldestro in inutili complicazioni.
Dunque, perché i test unitari possono divenire una palla al piede? Perché il neofita generalmente non è in grado di scrivere test che abbiano le seguenti caratteristiche:

  • Affidabilità
  • Manutenibilità
  • Leggibilità

Affidabilità

Come dicevo, i test unitari, anche se scritti bene, anche se generati automaticamente, costano. Quelli scritti male costano enormemente di più, ma tutti hanno in ogni caso un costo, quello della loro manutenzione. Siamo comunque invogliati a pagare un prezzo anche salato quando riceviamo in cambio un beneficio maggiore. Il beneficio dei test, oltre al già citato obbligo ad elaborare un design più efficiente, consiste nella loro affidabilità, che dovrebbe rispecchiare l'affidabilità generale del nostro software. Un test dovrebbe fallire se, E SOLO SE, esiste un errore nel software di produzione. Se il test fallisce anche per altre ragioni (un baco nel test, il DB che non è stato inizializzato opportunamente, il fatto che il test funzioni solo sul sitema operativo della mia macchina e non su quello che usano i miei colleghi), allora stiamo buttando dei soldi dalla finestra. Inoltre il test dovrebbe fallire in caso di errori. E' ovviamente impossibile riuscire a scrivere un test per tutti i possibili errori, ma questo dovrebbe essere il nostro obiettivo. Scrivere il test prima del codice, per poterlo vederlo fallire, è una tecnica che ci aiuta in questo senso.

Manutenibilità

Questa è la bestia nera dei test unitari. In molti casi è già un affare raggiungere l'affidabilità, la manutenibilità è in molti casi una chimera. Si dice spesso, a ragione, che dei buoni test aiutano il cambiamento del software. Test scritti male possono essere invece un ostacolo all'evoulzione del nostro programma. Quante volte ho visto andare in barra rossa decine di test per una piccola modifica nel protocollo di comunicazione con un oggetto! Come poter raggiungere questo obiettivo?

In primo luogo con il refactoring accurato del codice di test. Rimuovere duplicazioni dai test è fondamentale per non dover cambiare manualmente tonnellate di codice alla prima modifica nel nostro design.
Un altro punto chiave è quello di cercare di non testare lo stato privato di un oggetto, ma di verificarne il funzionamento in relazione ai suoi collaboratori (trasformati in opportuni Stub o Mock). Se questo non è possibile, allora potrebbe valere la pena di estrarre il comportamento nascosto in oggetti da testare separatamente.
Si deve inoltre fare attenzione a non testare più di quanto sia necessario: l'uso eccessivo di Mock quando degli Stub potrebbero essere sufficienti può farci incorrere in questo problema.

Leggibilità

La leggibilità dei test è fondamentale. Quando va in barra rossa un test illeggibile è come quando si accende una spia sconosciuta sul cruscotto di una macchina di cui non avete il libretto di manutenzione: o andate nel panico, o fate finta di nulla incrociando le dita e sperando che tutto vada bene.
Occorre curare i nomi dei test, senza aver paura di scrivere troppe lettere. testCarrello non significa nulla, testSeAggiungoUnProdottoAlCarrelloAumentaIlTotale indica chiaramente l'intento del test. Altri accorgimenti sono estrarre fasi di inizializzazione in medodi di servizio con nomi espressivi, definire il metodo toString in modo tale che mostri valori significativi in caso di fallimento, evitare di inserire magic numbers e, anche in questo caso, refactoring, refactoring, refactoring!

Conclusioni

Quindi non dobbiamo scrivere test, dobbiamo abbandonare il Test Driven Development (TDD)? No, al contrario, dobbiamo scrivere test con sempre maggiore cura, avendo ben chiaro che i test sono come i figli: non basta farli, poi bisogna anche mantenerli!

Italian Agile Day 2009


Italian Agile Day 2009

E' stata annunciata la data per lo svolgimento del sesto Italian Agile Day: si terrà il 20 novembre 2009 a Bologna. Come sempre la conferenza si annuncia interessantissima: vi darò aggiornamenti nei prossimi giorni.

La tessera mancante

E' stata una coincidenza fortunata. Nei giorni scorsi stavo scrivendo del codice, per la prima volta da tempo del codice altamente algoritmico. Da bravo scolaretto XP, avevo creato una serie completa di test, avevo rifattorizzato estraendo metodi, rinominando variabili, abbassando il numero ciclomatico. Le classi erano piccole, i metodi corti, eppure il codice, pur funzionando egregiamente, in qualche modo mi infastidiva.
Poi alla scorsa riunione dell'XP-UG di Milano, Matteo Vaccari ha parlato brevissimamente dell'argomento, ed è stato illuminante. Da qui il suo interessante post.
In particolare una frase pesa come un macigno su quanti, come me, pensano di essere agili solo perché fanno TDD (o qualche altra pratica XP):
"TDD could be a crouch that allows you to give up finding a good design and settle for a mediocre one".
Puoi fare tutto quello che dice il libro bianco di Kent Beck, ma forse non ti accorgi che c'è una tessera mancante....

Quello che gli agilisti non dicono

I vantaggi dei test unitari sono ben noti a tutti: miglioramento del design, documentazione del codice, aumento della qualità tramite la diminuzione dei bachi e la possibilità di ristrutturare il codice in modo sicuro. Quello che gli agilisti (a volte) non dicono è che i test unitari, pur portando tutti questi benefici, rappresentano anche un costo nel processo di sviluppo. Un primo costo è banalmente rappresentato dal tempo necessario per il loro sviluppo, ma questo non è l'aspetto principale del problema. L'onere principale dei test, forse più difficile da cogliere, ci è indicato proprio dalle metodologie agili: tutto il codice prodotto comporta un costo di manutenzione, anche lo stesso codice di test.
Occorre quindi saper capire quando il prezzo dei test sia ripagato dai benefici e quando no. La mia opinione è che la creazione di test approfonditi per le interfacce grafiche non è quasi mai "economicamente" conveniente. Riprendo qui alcuni esempi che ho portato in una discussione nata con Matteo Vaccari sulla lista dell'XP User group di Bergamo.

Qualche anno fa, penso fosse il 2003, assistetti ad una presentazione al Webbit nella quale Bruno Bossola mostrò come fosse possibile applicare il TDD alla realizzazione di interfacce Swing, andando a testare lo stato dei vari "model" dei componenti. Tornai a casa entusiasta e provai a mettere in pratica la lezione: fu un disastro! Questo per due motivi. In primo luogo non sono un programmatore valido come Bossola (e allora ero ancora molto meno esperto). Secondariamente lo sforzo per cercare di domare le idiosincrasie di Swing non portava alcun vantaggio. I problemi della GUI sono al 90% del tipo: "Se visualizzo la mia maschera a 800x600 anziché a 1024x768 i bottoni scompaiono", oppure "Se passo a 1280x1024 il carattere è così piccolo che non si legge una fava". Certo, il debugging di questi aspetti si può fare anche con il TDD, ma penso che il debugging umano sia insostituibile, più efficace e molto meno costoso.

Secondo esempio. All'XP UG di Milano tentammo di sviluppare l'UG-Aggregator, una mini applicazione web per inserire e visualizzare gli eventi dei vari XP-UG. Questa applicazione non aveva alcun tipo di logica significativa, ma noi, essendo agilisti DOC, dovevamo scrivere i test! Ci venne quindi l'idea di testare la struttura dell'HTML prodotto, per vedere che ci fossero determinati tag con attributi che dovevano identificarne il contenuto. Il risultato fu circa il seguente, correggimi se sbaglio: tempo per scrivere il codice 1, tempo per scrivere il test 2, tempo per debuggare il test (e non il codice) che non funzionava 4. (OK ho un po' esagerato, ma penso che la mia ricostruzione non sia troppo lontana dalla realtà). Questo a mio avviso è un esempio di programma senza logica per cui il TDD può non essere efficace. Inoltre in questa situazione modificammo non solo la struttura interna dell'applicazione per renderla più testabile, ma anche il suo comportamento. Questa ritengo sia una "puzza" del processo di test!

In questo senso mi ha confortato l'esempio di TDD presentato nell'ultima riunione dell'XP User Group di Bergamo da Alessandro melchiori e Emanuele DelBono. Partendo dai test è stata abbozzata una banale applicazione Windows secondo il paradigma Model - View - Presenter. Ebbene, tutto il codice risultava coperto da test, ad eccezione della parte di view!
(Un unico neo nella presentazione dei due amici bresciani: tutto in C#!!!) ;-)

Pleasures of boilerplate code

In a very interesting interview, Martin Odersky said that Scala could be a little more difficult than Java for newcomers because in it you have not to write boilerplate code, but you have to think at your problem just from the first line of code. In some way, boilerplate code could be a kind of "warming up" for beginners. Writing some code, even if it's only syntactic noise, could give confidence to the programmer, generating a feeling of accomplishment.

But, is there a way to warm up without writing silly code? The best way of doing this is with unit testing. In TDD by example , Kent Beck describes "Starting tests": Start by testing a variant of an operation that doesn't do anything. Using these tests, not only you can start exploring your design, but you can also break the "white sheet syndrome".

Aumentare la produttività dello sviluppo software

Nel volume che appena terminato di leggere, Lean software development di Mary e Tom Poppendieck, ho trovato una frase illumninante.

Un tipico sistema è costituito per il 64% da funzionalità usate raramente o è del tutto inutilizzate, il che suggerisce che il terreno più fertile per il miglioramento della produttività dello sviluppo software stia nel non implementare funzionalità non necessarie.

Anche due semplici, ma inutili, campetti aggiunti su una maschera di immissione dati contribuiscono ad abbassare la produttività. Generano infatti una buona dose di spreco (Eliminare gli sprechi è il principio numero uno del "Lean development"):

  • sprecano il tempo necessario per codificarli e per testarne il funzionamento;
  • sprecano il tempo necessario per il caricamento dal database, nonché per il loro salvataggio;
  • sprecano spazio sul database;
  • sprecano spazio sulla maschera video, costringendo chi la disegna a difficili compromessi per non uscire dai margini dello schermo;
  • sprecano tempo per la loro documentazione, se esiste ;-) ;
  • sprecano il tempo del personale di supporto che è costretto a ricercare le ragioni, inesistenti, della loro presenza per rispondere ai quesiti del cliente;
  • sprecano la fiducia che il cliente ha nei confronti degli sviluppatori (che fiducia possiamo avere in chi spreca tanto per costruire un sistema così inutilmente complesso?).