Archive for the ‘Java’ Category.

Agile Day 2011

Anche quest'anno eccomi a stilare il mio personalissimo resoconto dell'Agile Day.
In primo luogo vorrei ringraziare gli organizzatori, che hanno svolto un lavoro perfetto. Se non ci siamo "accorti" di voi è perché tutto ha funzionato al meglio: bravi!
Ed ora mia una interpretazione delle sessioni a cui ho partecipato.

Back to basics: OOP and design

Il senso dell'intervento di Paolo Polce sta tutto nel titolo: dopo anni spesi a concentrarsi sul processo, abbiamo forse perso di vista i problemi tecnici, quasi fossero semplici dettagli implementativi. Scrum masters, sprints, story points, sì, vabbè, ma il codice? Beh, al codice ci penseranno le "risorse"... :-)
E' tempo di tornare a focalizzarsi sulle "risorse", ovvero sui programmatori, e sulle loro competenze, che devono costantemente essere allenate, come i muscoli di un atleta.
Come ottenere lo scopo? Con buone letture, buoni strumenti, ed un continuo esercizio volto a creare design realmente ad oggetti. Una buona architettura Object Oriented modularizza i problemi tramite gli oggetti, ed evita quindi classi "Star gate" (spesso incarnate da dei Singleton), che leggono attraverso una pioggia di getter le informazioni più disparate, collassando al loro interno l'intera logica applicativa. Occorre quindi evitare i getter, scrivendo sempre più metodi che restituiscono void. Ma come testare queste architetture? La chiave consiste nel passare da test sullo stato degli oggetti, a test che ne verificano le interazioni.

Codice legacy: usciamo dal pantano!

Bel workshop di Stefano Leli e Simone Casciaroli. I partecipanti sono stati invitati a fare refactoring su un piccolo progetto, che nella gerarchia Bird-Duck-Chicken mostra un caratteristico caso di violazione del Principio di sostituzione di Liskov, il complesso edipico irrisolto della programmazione ad oggetti.
La sessione, terminata con la presentazione della soluzione dei relatori, è stata interessante, anche se avrebbe richiesto sicuramente almeno un'altra ora per riuscire al meglio.

Lean, A3 e kaizen

Claudio Perrone nel suo intervento ha illustrato i i Kaizen Memo ed il medoto A3.
I Kaizen Memo sono piccoli fogli di carta da appendere su una parete per dare evidenza ai miglioramenti raggiunti nel processo produttivo. Dovrebbero riportare il problema affrontato, la misura intrapresa per risolverlo e le conseguenze ottenute.
Il metodo A3 prevede di utilizzare un modulo di carta, solitamente di dimensione appunto A3, sul quale presentare in modo oggettivo:

  • la situazione corrente;
  • l'obiettivo da raggiungere (ciò definisce il problema come differenza tra situazione corrente ed obiettivo da realizzare);
  • l'analisi delle cause del problema;
  • l'elenco delle contromisure da adottare;
  • una matrice what-who-where-how per realizzare le contromisure;
  • un elenco di azioni supplementari (follow-up) da intreprendere in caso di problemi.

L'intervento è proseguito definendo la figura del manager ideale, che non dovrebbe essere né un poliziotto che punisce chi si comporta male, né una mamma che coccola i suoi figli, e neppure una figura assente. Il vero manager dovrebbe invece essere una persona che si occupa di eliminare i problemi che ostacolano il processo produttivo. La domanda che un manager dovrebbe rivolgere ai suoi sottoposti non è "cosa hai prodotto ieri", ma "quali problemi hai avuto".
Claudio Perrone ha concluso dando una bella definizione dei metodi lean/agili: strumenti per fare soldi attraverso la crescita delle persone.

Back to basics hands-on

Antonio Carpentieri e Paolo Polce hanno condotto un efficace workshop sul design ad oggetti. Utilizzando come esempio il gioco del monopoli, hanno mostrato nella pratica come realizzare software ad oggetti senza abusare di getters e favorendo composizione, basso accoppiamento ed alta coesione.
Molto importante la sottolineatura finale di Antonio Carpentieri che ha ripreso il keynote di Paolo Polce: un programmatore non può crescere lavorando solo su codice di produzione. Come un atleta non migliora solo con le partite, ma soprattutto con gli allenamenti, anche chi sviluppa software non può non allenarsi praticando i kata.

Unit Tests VS End to End Tests

Probabilmente il mio giudizio su questo intervento è falsato dalla fatica accumulata alla fine di una giornata così intensa, ma dalla presentazione di Domenico Musto non sono riuscito a trarre nessuna informazione interessante. Chiedo venia.

Conclusioni

Anche questa edizione dell'Agile Day è stata all'altezza delle aspettative. Mi è piaciuta molto l'enfasi sul codice, dopo troppo tempo speso sui problemi di processo. Grazie ancora agli organizzatori ed arrivederci al 2013!

Italian Agile Day 2010

Anche l'Italian Agile Day del 2010 è stato un bellissimo evento, e vorrei darne qui il mio personalissimo resoconto.

Keynote

Paolo Perrotta ha condotto con brio ed intelligenza un bellissimo escursus su come, nel corso del tempo, sia stato affrontato il problema di ridurre i fallimenti nei progetti software.
Un primo tentativo si è basato su un mito: i progetti falliscono perché gli strumenti di programmazione sono troppo complessi, tant'è che richiedono degli specialisti come i programmatori per essere realizzati. Se solo potessimo eliminare i programmatori...:-) Si cerca così soppressione dei programmatori tramite strategie che si chiamano di volta in volta SOA, UML, CASE; persino il Cobol è nato per scrivere programmi senza avere programmatori! Tutti questi tentativi si sono però scontrati contro un medesimo scoglio: scrivere algoritmi che vengano eseguiti è qualcosa di intrinsecamente complesso.
Si è anche pensato di controllare il fallimento eliminando la componente di errore umano. Nascono quindi i metodi formali di verifica di correttezza del software, che comunque non sembrano aver avuto molto successo.
Si è quindi pensato di eliminare la variabilità dei progetti irregimentando lo sviluppo all'interno di procedure ben determinate. Ecco allora nascere metodi di lavoro come il Waterfall, che conteneva alle sue origini idee apprezzabili come la valorizzazione delle persone e l'enfasi sul test anche automatizzato del codice. Waterfall, come molte altro processi di sviluppo, si sono nel tempo "distorti" nel loro divenire strumenti di successo. Anche "Agile" subirà la stessa fine? Forse sì, ma sicuramente lascerà qualcosa di buono alle sue spalle. Il seme "Agile" consiste nell'idea non eliminare, ma di accettare la variabilità dei progetti, scomponendoli in piccole parti, ognuna delle quali attraversa tre fasi (il corsivo indica mie ipotesi)

  1. Osservazioni (user stories)
  2. Ipotesi (codice)
  3. Verifica sperimentale (test)

Questo è il cuore dei "Metodi agili", che è destinato a rimanere perché non è altro che il cuore del metodo scientifico.

Affiliamo i nostri strumenti: un test driver fatto in casa

In questa interessante sessione Jacopo Franzoi ha illustrato la sua esperienza nell'introdurre in un progetto reale i test unitari anche in quel regno dimenticato costituito dalle interfacce web.
Jacopo è infatti riuscito a creare una mini libreria per testare le pagine generate tramite FreeMarker.
Il messaggio è stato chiaro: anche in ambienti apparentemente ostili, come lo sviluppo di pagine web, è possibile crearsi strumenti che consentano di testare le nostre applicazioni. La sovrabbondanza di dettagli implementativi, che probabilmente sono sfuggiti a chi non ha mai utilizzato il particolare strumento di template in esame, è forse stato l'unico piccolo neo nella presentazione.

Code Kata Live

Una brillante presentazione di Gabriele Lana sui code Kata ha introdotto la perfomance di Giordano Scalzo e Tonino Lucca.
Tesi centrale dell'esposizione di Gabriele: il talento non è (solo) innato, bensì sgorga da un esercizio costante. Perché l'esercizio giunga a dei risultati occorre che:

  1. sia sfidante: ogni prova deve essere leggermente più difficile delle precedenti, senza però essere frustrante;
  2. sia ripetuto;
  3. abbia un riscontro da parte di altri, sia da persone più esperte, che sappiano dare suggerimenti, sia da persone meno esperte, che possano dare opinioni non convenzionali.

Ripetere incessantemente buoni esempi ci consente di passare dal codice "quick and dirty" al codice "quick and clean". Quando le nostre abilità sono limitate, il codice "dirty" ci risulta "quick" perché non sappiamo fare altro. Al crescere delle nostre competenze invece, il codice "clean" ci dovrebbe risultare più "quick", cioè più veloce e naturale da scrivere di quello "dirty".

Guelfi versus Ghibellini


"Noi tutti dobbiamo essere animati da un grande desiderio di competere fra noi per sapere cosa sia il vero e cosa il falso sull'argomento che stiamo trattando; è infatti comune interesse che ci sia chiarezza su questo punto.
Mi accingo ad esporre il mio pensiero; se a qualcuno di voi sembra che io ammetta cose non vere, costui dovrà interrompermi e confutarmi. Del resto io non dico le cose che dico forte di una verità di cui sono sicuro, ma ricerco assieme a voi; pertanto, qualora il mio oppositore mi paia avere ragione, sarò io il primo a riconoscermi d'accordo con lui."

Questo passo del Gorgia di Platone è perfetto per descrivere il messaggio che Sergio Berisso, coaudiuvato da Tonino Lucca, ha voluto indicare nella sua presentazione interattiva. Occorre affrontare le retrospettive, ed in genere tutti i momenti di riflessione e confronto dei gruppi di sviluppo, con questo spirito costruttivo, cercando di trovare i punti di sintesi comuni tra visioni discordanti.

Open space sul Kata "Sasso-forbici-carta" svolto secondo le regole "Aperto-Chiuso"

In un angolino molto defilato, io e l'amico Marco Testa dell'XP User Group di Bergamo abbiamo provato a rifare il Kata "Sasso-forbici-carta" seguendo le regole "Aperto-chiuso" suggerite da Matteo Vaccari. Il pubblico non era certo numeroso...ehm...ehm...vabbe', se vi interessa qui sono le slides e questo è il codice.

TDD per le viste

Questa è stata sicuramente la presentazione più interessante fra quelle da me seguite nella giornata: valeva la pena di partecipare all'Agile Day solo per sentire Matteo Vaccari e Carlo Bottiglieri tenere questa lectio magistralis sul TDD.
TDD spinto sino alle estreme conseguenze: Matteo ha infatti mostrato come gestire con questa tecnica anche la produzione di interfacce HTML, mentre Carlo ha dato un esempio di come costruire partendo dalle fondamenta dei test ogni singolo aspetto dell'architettura di un'applicazione, inclusa l'interfaccia Javascript e l'ambiente di esecuzione dell'application server. Geniale l'idea di Carlo di simulare in un test l'occhio dell'utente che guarda la videata! Non so se questa visione radicale del TDD sia realmente applicabile da noi comuni mortali, ma sono certo che il suo fascino mi rimarrà impresso a lungo.
Ecco il link alle slides di Matteo, mentre rimango in attesa spasmodica di quelle di Carlo.

Conclusioni

Ancora una volta l'Italian Agile Day si è dimostrato un evento eccezionale: complimenti agli organizzatori e arrivederci alla prossima edizione! (A Roma? Io, voto per un Genova-bis! Ma a Milano proprio no???)

P.S. Ricevo da Carlo il link alle sue slides. Ragazzi, non perdetevele!!!

Tomcat on AS400 (aka i-series, Systemi, IBM i, bla, bla…)

I know that AS400 gives its own native support to Tomcat and other application servers, but it does it in the IBM style: intricate and rigid. What if, for example, I need to use a version of Tomcat that it is not shipped with my operating system?
Here is one possible answer:

1) Download a copy of Apache Tomcat and unzip it in a directory of the Integrated File System of AS400.

2) In another directory of the Integrated File System Create a text file named tomcat with a simple script like this:

#! /bin/sh

#The path of the JDK you want to use
export JAVA_HOME=/QOpenSys/QIBM/ProdData/JavaVM/jdk60/32bit
#The JVM option you want to use
export JAVA_OPTS='-Djava.awt.headless=true'

#Put here the pat of the tomcat directory
export CATALINA_HOME=/path/to/tomcat/directory

export PATH=$CATALINA_HOME/bin:$PATH
if [ "$1" == "stop" ] ; then
    echo "Stopping..."
    shutdown.sh
else
    echo "Starting..."
    startup.sh
fi

3) In a 5250 session (or in a batch job) execute this command

QSH CMD('/path/to/my/script/tomcat')

Your Tomcat should be alive and kicking :-)

4) In order to shut down Tomcat, use this command

QSH CMD('/path/to/my/script/tomcat stop')

Enjoy with Tomcat and AS400!!!

Functional setter Java idiom

The way of organizing the code I will show in this post is very common, but, perhaps, it's useful to give it a name, and I will call it the "functional setter java idiom". Let's see.

In java there are no named parameters, i.e. parameters that I can pass to a method in the order I like calling them with their name. For example in Visual Basic for Applications we can sort some Excel cells this way:

 
SelectedSheets.PrintOut Copies:=1, _
    Preview:=True, _
    PrintToFile:=True, _
    Collate:= True
 

Note that the order in which I set the parameters is arbitrary, and that some parameters can be omitted, having it assigned with default values.

Now let's suppose we need to create an object with a long series of parameters (OK, I know, it's a code smell, but, please, close your nose for a while):

 
PrintType printType = new PrintType(1, true, true, true);
 

Well, not a good piece of code! Especially the sequence of boolean parameters is a mess. Moreover, sometimes I'd like to create my object with less parameters, having the others set with default values. I could create many constructors, but this would increase the complexity of my program.

I could solve the problem using some setters:

 
PrintType printType = new PrintType();
printType.setCopies(1);
printType.setPreview(true);
printType.setPrintToFile(true);
printType.setCollate(true);
 

Uhmm, better enough, but what if I need to assign my object to a constant, i.e. a final static field? I should write:

 
public final static PrintType DEFAULT_PRINT = new PrintType();
 
static {
	DEFAULT_PRINT.setCopies(1);
	DEFAULT_PRINT.setPreview(true);
	DEFAULT_PRINT.setPrintToFile(true);
	DEFAULT_PRINT.setCollate(true);
}
 

Mamma mia, this code is ugly! Maybe I could improve it just a bit using some functional setters, i.e. setters that have a return value, as a function. In the PrintType class I should write:

 
public PrintType setCopies(int copies) {
	this.copies = copies;
	return this;
}
 
public PrintType setPreview(boolean value) {
	this.preview = value;
	return this;
}
 
public PrintType setPrintToFile(boolean value) {
	this.printToFile = value;
	return this;
}
 
public PrintType setCollate(boolean value) {
	this.collate = value;
	return this;
}
 

Now the initialization of my static field becomes:

 
public final static PrintType DEFAULT_PRINT = new PrintType()
	.setCopies(1)
	.setPreview(true)
	.setPrintToFile(true)
	.setCollate(true);
 

This is not so bad, don't you think?

RDS Kata

In questo post mostrer la mia discutibilissima soluzione allRDS Kata proposto sul blog di SI-Agile, il vivace gruppo che raccoglie gli agilisti della Svizzera Italiana. Il codice presente in questo file zip, spero a breve di creare un progetto su Google Code per ulteriori sviluppi.

Funzioni di utilit

Partiamo subito con la prima sequenza di test.
Leggendo tutti i requisiti del Kata, ho pensato fosse necessario avere in primo luogo una funzione che centrasse le stringhe secondo le specifiche. Ho pertanto creato dei test per un metodo statico center da inserire nella mitica classe di utilit StringUtils, che non pu mancare in qualsiasi progetto Java. Il primo banale test, testCenterDoesNotChangeTooLongStrings, mi servito per disegnare linterfaccia del metodo. Per scrivere i test successivi mi sorta la necessit di avere una funzione blanks, che, guarda caso, mi poi tornata utile anche nel codice di produzione. Ho deciso di non scrivere un test specifico per blanks, avendo fiducia che, una volta creata correttamente la funzione stringOf, la sua specializzazione che creasse stringhe di spazi fosse banale.
Uso qui volutamente il termine di funzione, in quanto questi metodi hanno la propriet di trasparenza referenziale, ovvero restituiscono sempre gli stessi valori a fronte dei medesimi ingressi, indipendentemente da un qualsiasi concetto di stato del sistema; inoltre non hanno alcun effetto collaterale. Se ci fosse la possibilit di utilizzare i metodi statici come parametri di altre funzioni ;-)
Concludendo le divagazioni, vorrei solo annotare che, per migliorare la leggibilit del codice e ridurre le duplicazioni, ho fatto un po di refactoring sui test estraendo il metodo assertCenterReturnsAStringOfFixedLength.

Le classi principali

Sono poi passato al disegno principale della mini applicazione tramite i test di RDSGeneratorTest che ho cercato di rendere indipendenti dal numero di caratteri del display.
Leggendo le specifiche del Kata ho cercato di elaborare una metafora: le varie parti da mostrare sul display (autore, data, titolo) sono gruppi distinti di parole, ovvero delle frasi. Ho quindi stilato i test di RDSSentenceTest, facendo anche in questo caso attenzione a rendermi indipendente dalla lunghezza del display. La prima stesura della classe RDSSentence, che comunque supera tutti i test, stata la seguente:

 
public class RDSSentence {
 
  private final String sentence;
  private final int displaySize;
 
  public RDSSentence(String sentence, int displaySize) {
    this.sentence = sentence;
    this.displaySize = displaySize;
  }
 
  public String[] tokens() {
    if ("".equals(sentence.trim())) {
      return new String[]{};
    }
 
    String[] tokens = sentence.trim().split("\\s+");
    if (tokens.length == 0) {
      return new String[]{};
    }
 
    Collection<String> result = new ArrayList<String>();
    StringBuffer accumulator = new StringBuffer();
    for (int i = 0; i < tokens.length; i++) {
       if (accumulator.length() + tokens[i].length() + 1 <= displaySize) {
         if (accumulator.length() > 0)  {
           accumulator.append(" ");
         }
         accumulator.append(tokens[i]);
       } else {
         if (accumulator.length() > 0) {
           result.add(accumulator.toString());
         }
         accumulator = new StringBuffer(tokens[i]);
       }
       if (i == tokens.length -1) {
         result.add(accumulator.toString());
       }
    }
 
    return result.toArray(new String[]{});
  }
 
}
 

Come potete vedere, il codice troppo complesso, con un numero ciclomatico molto elevato. Per un buon refactoring occorreva unaltra metafora: il display che accumula parole fino ad una certa lunghezza pu essere appunto visto come un accumulatore elettrico, o, se vogliamo, idraulico che, raggiunta la capienza, si svuota in un tubo di scarico. Sono nate cos le classi Accumulator e StringWharehouse, che non hanno test autonomi, ma vengono esercitate indirettamente dai test di RDSSentenceTest. La classe StringWharehouse, con una leggera modifica, mi poi stata utile per migliorare il MockRadioStation, che in un primo tempo accumulava i dati in un semplice StringBuffer.

Conclusioni

Cosa ho cercato di esercitare con questo Kata?

Sicuramente non ho raggiunto completamente i miei obiettivi, spero comunque di aver fatto un piccolo passo in questa direzione.

Pleasures of boilerplate code

In a very interesting interview, Martin Odersky said that Scala could be a little more difficult than Java for newcomers because in it you have not to write boilerplate code, but you have to think at your problem just from the first line of code. In some way, boilerplate code could be a kind of "warming up" for beginners. Writing some code, even if it's only syntactic noise, could give confidence to the programmer, generating a feeling of accomplishment.

But, is there a way to warm up without writing silly code? The best way of doing this is with unit testing. In TDD by example , Kent Beck describes "Starting tests": Start by testing a variant of an operation that doesn't do anything. Using these tests, not only you can start exploring your design, but you can also break the "white sheet syndrome".

Agile day 2008 - appunti di viaggio


Agile day

S, va bene, avrei voluto commentare in diretta l'Agile day 2008, ma non ci sono riuscito per merito degli organizzatori: troppe le cose interessanti da seguire per poterle riportare immediatamente!
Cercher quindi di dare il mio personalissimo riassunto a posteriori, che intende essere pi un taccuino di viaggio che un'analisi accurata dei tantissimi stimoli ricevuti nella manifestazione. I protagonisti dei vari incontri non me ne vogliano se non sono riuscito a recepire esattamente quanto volevano esprimere :-)

Agile e pragmatic: sinonimi o contrari?

La giornata iniziata discutendo su "Agile e pragmatic: sinonimi o contrari?". Stimolo per il dibattito stato un comune sentire che si sta facendo strada nell'ambiente Agile, emergente anche dagli ultimi thread della mailing list XP-it (e su cui mi sono permesso di scrivere un breve post). La sensazione che nelle pratiche agili ci sia qualcosa da rivedere, pur non essendoci accordo sul cosa. Qualcuno pone l'accento sul dogmatismo con il quale esse sono a volte presentate. Altri sul fatto che, come in tutti i fenomeni diventati di massa, ci siano state delle cattive interpretazioni. Un altro dubbio riguarda la possibilt di applicare solo in parte queste tecniche, senza che la mancata introduzione di una renda inutili tutte le altre. I pi maligni (che per non hanno preso parte all'Agile Day ;-) ) arrivano a supporre che qualcuno abbia sfruttato la moda per interesse personali. La mia modestissima opinione che effettivamente alcuni punti cardine dello Sviluppo Agile possano generare dei dubbi. In primo luogo mi chiedo se il design emergente sia in ogni situazione un valido sostituto del design preventivo, termine con cui non intendo la produzione di valanghe di documentazione e grafi UML che descrivono ogni metodo del progetto, ma una fase di analisi del "cosa fare" e "come farlo" proporzionale all'entit dell'impresa, analisi che potrebbe richiedere anche la generazione di documentazione di corredo. Mi domando inoltre se la programmazione agile sia veramente alla portata del programmatore medio, o richieda delle capacit fuori dal comune.
La maggiore prova a sostegno della bont dell'approccio agile penso comunque sia stata portata da Simone Genini. Se un imprenditore come lui, che non fonda il proprio business sulla evangelizzazione dell'agilismo, bens sulla consegna al cliente di codice funzionate, continua a scommettere da anni, pare anche con successo, su questi metodi di lavoro, allora si potrebbe financo pensare che funzionino veramente! ;-)

Refactoring di codice Legacy

La mia seconda tappa stata il bellissimo workshop di Tommaso Torti e Fabiana Romagnoli su "Refactoring di codice Legacy". Cosa ho imparato? Che anche il refactoring deve misurarsi con il tempo e le risorse a disposizione. Il codice proposto presentava infatti diversi aspetti suscettibili di miglioramento, ma un limite insuperabile era costituito dai venti minuti a disposizione. Ci si poteva concentrare sull'eliminazione di numerosi "if" tramite l'utilizzo del polimorfismo, oppure lavorare sulla chiarezza del codice cancellando duplicazioni, rinominando variabili ed assegnando correttamente le responsabilit alle classi. Il primo refactoring sarebbe stato sicuramente pi pirotecnico, ma probabilmente non avremmo avuto n il tempo, n le energie (ci siamo alzati alle cinque) per portarlo a termine. Il secondo, molto pi banale, aveva invece il vantaggio di riuscire comunque a consegnare valore al cliente (nel nostro caso Tommaso e Fabiana) nel tempo stabilito.

Tool for agile planning and estimation

Altro workshop molto interessante stato quello condotto da Simone Casciaroli. Lo strumento per la pianificazione agile proposto, chiamato ora Stuffplanner, pur essendo in versione alpha, ci sembrato molto potente. Cosa ho imparato? Tutto, dato che sono assolutamente un novizio della pianificazione agile. Ecco i miei appunti ad uso principianti.

- E' importante suddividere il progetto in "storie" quanto pi indipendenti fra loro al fine di evitare che una di esse costituisca un collo di bottiglia per lo sviluppo delle altre. Esse dovrebbero inoltre essere "verticali", ovverosia comprendere una funzionalit completa, dalla GUI al DB, per rappresentare una unit atomica di valore rilasciabile al cliente. In tal modo questi potr valutarne correttamente la priorit all'interno della fase di pianificazione ed avremo sempre dei rilasci che aggiungono valore al prodotto.

- Un formato standard per le storie : As a....I want...so that.....
As a... indica lo scenario di utilizzo che si immagina per la storia, per esempio Come utente esperto.
I want... indica il contenuto vero e proprio della storia, per esempio io voglio cercare un libro per ISBN.
Nella clausola so that.. si dovrebbe rendere esplicito il valore che la storia possiede per il cliente, al fine di aiutarlo nell'attribuzione del giusto peso durante la fase di pianificazione. Nel nostro esempio avremmo cos da poter comprare un libro in brevissimo tempo.

- Una storia non dovrebbe occupare il team per pi di due giorni, per evitare che il grafico di avanzamento lavoro (burndown chart) rimanga stabile per troppo tempo, abbassando il morale degli sviluppatori.

- La stima di una storia dovrebbe essere svolta preferibilmente in "story point", una misura di difficolt relativa. Per esempio, "se si indica con 1 la difficolt di sviluppo della storia pi semplice, allora la storia X avr peso 7". Il passaggio dagli "story points" al tempo reale dovrebbe essere realizzato analizzando lo storico delle iterazioni precedenti. Alla prima iterazione occorre solo confidare nell'esperienza dei membri del team. :-)

- La stima di una storia non un valore singolo, ma una curva di probabilit di consegna: suppongo che non ci sia alcuna probabilit di realizzare la storia in meno di x story point (valore minimo), mi aspetto che ne serviranno y (valore atteso), penso di essere certo di consegnarla dopo z story point (valore massimo). Tutti gli elementi del team esprimono queste tre valutazioni. Per determinare il peso da assegnare alla storia, che un singolo numero, si possono scegliere diverse funzioni di interpolazione di questi dati, fissando inoltre una soglia di rischio: ad esempio potrei scegliere il valore della curva di probabilit che mi garantisca una affidabilit dell'80%. Uno strumento come Stuffplanner di ausilio in questa fase.

- Se ovviamente importante non sottostimare le storie, altrettanto pericoloso sovrastimarle. Il team, infatti, vedendo che la propria velocit molto maggiore del previsto potrebbe rilassarsi troppo e perdere concentrazione.

Processo al database server relazionale

Purtroppo ho potuto assistere solo ai momenti finali di questa divertente presentazione/rappresentazione, svolta con notevole capacit teatrale. Due brevi note da innocentista.
Come prova a carico del DB relazionale stata portata una stored procedure, realmente messa in produzione, che occupava diverse pagine. A mio avviso le stored procedure non hanno un legame essenziale, oserei dire ontologico, con la struttura di un DB relazionale. Sono solo un posto, quasi sempre sbagliato, dove mettere del codice che lavora sui dati relazionali. La loro esistenza non strutturalmente legata a tale modello. Il fatto che molti programmatori poco avveduti ne abbiano abusato non sufficiente a dire che il modello relazionale sia negativo.
Un'altra critica mossa al DB quella che lo vorrebbe d'impiccio nella fase di stesura dei test. Se da un lato questo sicuramente vero, dall'altro occorre forse ristabilre una giusta proporzione tra le cose. Ricordiamo sempre che i test non sono un fine, ma solo un mezzo. Dobbiamo trovare il modo per testare meglio l'uso del DB, cercando di evitare che la parte di accesso ai dati contenga troppa logica, ma ci non pu scalfire la validit dell'approccio relazionale nella grande maggioranza dei casi.
Quando qualcuno parla male dei database, io ricordo sempre che lavoro da anni su un DB che stato alimentato, interrogato e spippolato da programmi scritti in una decina di linguaggi diversi. I linguaggi sono cambiati, i programmi sono stati riscritti, ma la struttura del DB, ben congegnata, rimasta. Diceva Cicerone Programmata volant, Datarum Basae manent :-D

Uso dei Kanban, ovvero quando stimare impossibile

Questo stato il titolo di un open space fuori programma tenuto da Gabriele Lana.
Se non ho inteso male, il punto di vista di Gabriele il seguente. In particolari situazioni, dove ad esempio il dominio del problema sia particolarmente difficile o inusuale, oppure dove vi sia una grossa dipendenza da programmi o prodotti sviluppati da terzi fuori dal nostro controllo, effettuare delle stime dei tempi di realizzazione semplicemente impossibile. Non solo, ma la stima potrebbe risultare controproducente rispetto all'affidabilit del software. I programmatori potrebbero infatti cercare di abbassare la qualit (copia e incolla selvaggio, mancata stesura di test, design approssimativo e mancanza di refactoring) pur di rimanere all'interno dei tempi previsti. In questi casi l'approccio migliore sarebbe quello di stendere delle user story, che potremmo ora definire Kanban, che avrebbero solo la funzione di ordinare i lavori in base alla priorit e determinare lo stato di avanzamento degli stessi.
E la stima di tempi e costi? Visto che in ogni caso in queste situazioni una qualsiasi stima sarebbe solo una bugia, meglio concordare con il cliente un tipo di contratto flessibile, con punti di verifica frequenti ove poter eventualmente cambiare direzione.

Conclusioni

L'agile day si confermato un grande evento. Un grosso ringraziamento a chi si preso l'onere dell'organizzazione ed un arrivederci all'anno prossimo!!!

Design Object Oriented: Factory method

Spesso ci accontentiamo di scrivere programmi funzionanti e questo sarebbe gi un successo, direbbe qualcuno. ;-) A volte per non ci accorgiamo che i nostri programmi, anche se svolgono il loro compito, non contengono un codice elegante, non hanno cio un buon design. La ricerca dell'eleganza del codice non un mero esercizio estetico. Scrivere bel codice significa avere programmi facili da comprendere, quindi facili da cambiare e da correggere.
Vedremo qui e nei prossimi post alcune tecniche che, se bene applicate, possono aiutarci a raggiungere questi obiettivi.
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Un diverso application server su AS400

Forse non tutti sanno che, a partire dal V5R4, disponibile su AS400 - iSeries un application server diveso da Tomcat e dal tristemente noto Websphere (per gli amici WebPallaAlPiede).
Si chiama "IBM Integrated Web Application Server for i5/OS", ed l'application server sfruttato da IBM web query.
In attesa di provarlo, vi rinvio alla documentazione ufficiale IBM.

Incomincia la collaborazione con mondoinformatico.info

Con un articoletto su Java inizia la mia collaborazione con mondoinformatico.info. Ho intenzione di pubblicare su questa giovane testata on-line una serie di piccoli suggerimenti su Java e Scala. Restate connessi ;-)

Questo articolo partecipa al link contest di mondoinformatico.info.